martedì 2 luglio 2019

Epilogo GOT, un importante insegnamento

Il telefilm GOT è finito ormai qualche mese fa, eppure le polemiche dei fan sono tutt'ora in corso.
Sorvoliamo sulla valutazione estetica del prodotto, concentrandoci su un altro punto, che dovrebbe essere spunto di apprendimento.
Gli autori della serie nelle prime stagioni si sono semplicemente attenuti alla trama e ai profili psicologici dei personaggi dei libri, riscuotendo grande successo fra i fan della prima ora e attirandone di nuovi.
Una volta che il telefilm ha superato la trama dei libri,  tutt'ora non terminati, gli autori D. Benioff e D. Weiss si sono trovati sperduti, senza trovare aiuto da parte dell'autore stesso e si sono trovati di fronte a una scelta: cercare (da soli o consigliati da altre persone) di mantenere una coerenza di trama fra libri e telefilm o seguire la corrente e andare incontro alla esigenze dei fan.
Benioff e Weiss hanno scelto la seconda, apparentemente più facile, attirando ancora più spettatori.
Purtroppo i fan di GOT e delle principali famiglie descritte nel telefilm sono un pubblico complesso, che si distribuisce in schieramenti  e simpatie particolarmente polarizzate: c'è chi ama la famiglia Stark o i Martell e tollerano tutti meno che i Lannister, chi ama i Targaryen e tollera solo gli Stark, chi sta coi Tyrell e si fa andar bene chiunque sia al potere, chi sta dalla parte dei Lannister, dei Greyjoy o di Stannis Baratheon e odia praticamente tutti.
Si è creata una situazione dove era praticamente impossibile evitare di scontentare qualcuno.
A quel punto Benioff e Weiss hanno fatto un ulteriore passo falso: hanno iniziato ad alternare fan service dove in una puntata un personaggio o una famiglia veniva descritta come positiva a discapito delle avversarie, mentre nella puntata successiva si invertiva tutto.
In questo modo no solo hanno totalmente stravolto la trama e la logica della serie, ma anche anche attirato l'odio di quasi la totalità dei fan.
La lezione importante di tutto ciò è semplice:  bisogna avere chiaro che cosa vogliamo fare, senza cercare di accontentare gli altri, o almeno senza cercare di accontentare tutti, rischiando al contrario di andare contro tutti!

martedì 28 maggio 2019

Lucifer

In questa serie Lucifero, il Signore dell'Inferno, decide di prendersi una vacanza e trasferirsi a Los Angeles. Conserva alcuni dei suoi poteri sovrannaturali e fa la bella vita, fra lusso e vizi, senza fare nessuno sforzo per mascherare la propria identità. Lucifer è un esempio di narcisista, di tipo grandioso, manipolatore, autocentrato, privo di empatia, bisognoso di ammirazione, con un senso di sé legato alla grandiosità e superiorità rispetto agli altri (in questo senso basata su una realtà ineccepibile). A differenza di un narcisista vulnerabile non sente il bisogno di svalutare perennemente gli altri per preservare la propria autostima, in quanto è già consapevole della propria superiorità ultraterrena, tuttavia due grandi problemi lo affliggono: la noia e la solitudine.
La noia in un soggetto narcisista è ciò che si crea quando la persona percepisce uno squilibrio eccessivo fra le proprie capacità e le prove che le offre il mondo, in questo caso inevitabilmente non alla sua altezza; per lo stesso motivo Lucifer soffre di solitudine, in quanto nessuno (a parte Dio e i suoi angeli prediletti, che comunque l'hanno rifiutato) è alla sua altezza, quindi nessuno può offrirgli un reale confronto, in quanto le relazioni autentiche devono essere alla pari, non basate sulla superiorità di uno dei 2. Lucifer durante il telefilm dovrà abbassarsi, diventare più umano fra gli umani, affrontando l'inevitabile sensazione di vulnerabilità che si sente quando si è alla pari.

domenica 14 aprile 2019

Legami di attaccamento problematici

Si può dire che molti disturbi mentali siano originati da legami di attaccamento disfunzionali che abbiano comportato una serie di traumi relazionali legati ad abuso emotivo e/o fisico, negligenza, deprivazione emotiva e tanto altro. Le grandi ferite del passato si possono curare, ma la strada è lunga.
Di sicuro, un modo per alleviare la sofferenza della persona che abbia avuto queste difficoltà si può ottenere impostando nel presente la relazione di attaccamento che la persona non ha mai avuto.  Essendo la relazione terapeutica una relazione non superficiale e fondamentale al pari di quelle sentimentali o amicali, ecco che si tenta la cosiddetta esperienza relazionale correttiva.
Ecco però un problema.
L'attaccamento è un sistema motivazionale che si attiva ogni volta che si avvia un relazione interpersonale e il paziente, avendo avuto un attaccamento in qualche modo problematico, rievocherà una modalità relazionale disfunzionale, che può comprendere modalità relazionali distorte.
Una modalità che può avvenire può essere anche la fuga o l'attacco, il che avviene proprio quando si è avviato il legame di attaccamento, anche se stiamo parlando di un legame stavolta sano e funzionale, in quanto strumento d'intervento terapeutico.
Il tutto può apparire confondente e controintuitivo, ovvero che il paziente sembra reagire male proprio di fronte alla persona che si sta impegnando per farla migliorare.
Questo spiega il perché avvengono molti drop out a inizio o a un certo punto del percorso terapeutico: sembra che il percorso stia ottenendo frutti ed effettivamente si sta procedendo nel senso giusto e invece il paziente si mostra insoddisfatto.
Ovviamente a volte invece è semplicemente lo psicoterapeuta che ha sbagliato per davvero e si rifugia dietro questa spiegazione....

martedì 19 marzo 2019

La festa del papà si festeggia in date diverse nei diversi paesi del mondo, in Italia cade nel giorno di San Giuseppe. Essere papà è un ruolo sempre più carico di responsabilità. Un tempo il padre si permetteva il lusso di delegare interamente alla moglie l'educazione della prole, senza contare che nei paesi mediterranei era più che diffusa la pratica di destinare alcuni figli a una carriera sacerdotale, permettendo ai genitori di capitalizzare gli sforzi su una parte dei figli. In più, il padre poteva parmettersi di poter scaricare la colpa alla moglie per aver impartito una cattiva educazione, in caso il figlio avesse poi sviluppato problemi. Negli ultimi decenni tuttavia, le recenti ricerche e i processi di emancipazione femminile hanno portato a dare più spazio alle responsabilità dei padri, responsabilità che sono state trascurate anche da tanta letteratura psicologica antiquata.
Il papà è una figura in realtà fondamentale, al pari della madre e, come quest'ultima paga lo scotto di vivere in società come quella italiana, che d una parte ha bisogno di incrementare le nascite, dall'altra aiuta poco le coppie di genitori, in alcuni casi ostacolandoli e tartassandoli.
Cosa dura crescere un bambino, cosa ancora più dura crescerlo e mantenere il ruolo sia di padre che di compagno della madre.
Il genitore ha diritto a tutta una serie di aiuti, ma fondamentalmente deve già avere da prima un infarinatura in tutti i campi che riguardano il bimbo, ovvero medico, fiscale, alimentare, educativo, economico...senza contare che il bambino deve anche essere coccolato e amato!
Tanti auguri a tutti i papà quindi, sia quelli nuovi che quelli navigati, che devono comunque sempre lottare, amare, essere decisi ma pronti a imparare e a capire quando stanno sbagliando, essere coraggiosi, ma anche sapere quando bisogna fare un passo indietro.
Essere papà non è un gioco, ma bisogna anche imparare a essere meno seri quando il bambino vuole giocare!

mercoledì 20 febbraio 2019

Farmaci e pregiudizi

Una delle più diffuse e potenti credenze contro la psicoterapia è quella della superiorità degli psicofarmaci, più precisamente si ritiene che la farmacoterapia risolva in pochissimo tempo i problemi psicologici, mentre con la psicoterapia ci vogliono anni.
Bisogna fare un paio di precisazioni, evitando di cedere alla tentazione di una lotta ideologica fra psichiatria e psicologia.
Indubbiamente gli psicofarmaci,  se assunti correttamente e compatibili con l'organismo del paziente, garantiscono un beneficio in tempi più brevi rispetto alla sola psicoterapia.
Ma cosa significa tempi brevi?
Per tempi brevi si intende almeno un mese, periodo che varia a seconda del disturbo, della persona, della qualità del farmaco e del dosaggio, in alcuni casi si parla anche di 6 mesi.
Senza prendere in considerazione effetti collaterali, errori di assunzione nella quantità e nella modalità di assunzione e che in alcuni casi il farmaco va assunto per tutta la vita.
6 mesi non sono pochi, il problema è che molte persone considerano il farmaco come una pillolina magica, che in pochissimo tempo risolve un problema e non è in grado di aspettare più di qualche giorno per iniziare a trarre beneficio.

domenica 16 dicembre 2018

La fine della terapia

Ogni tanto i percorsi terapeutici giungono alla fine.
Non per cause esterne e negative, come esigenze economiche, incomprensioni relazionali, insoddisfazione, trasferimento o decesso del paziente o del terapeuta.
Ogni tanto paziente e terapeuta valutano insieme e in armonia di aver raggiunto gli obiettivi terapeutici, di esserne soddisfatti e decidono insieme di porre fine a tale percorso.
Sicuramente è la fine auspicabile di ogni terapia, ma ha sempre un sapore agrodolce, non solo per il paziente, ma anche per lo psicoterapeuta.
La psicoterapia è un viaggio che si fa insieme, a volte avvincente, a volte pericoloso e doloroso. Sono in due i viaggiatori ed entrambi ne escono diversi.
Finire un percorso terapeutico lascia le stesse emozioni che ha un lettore quando legge le ultime pagine di un libro ben scritto o uno spettatore che vede i titoli di coda di un film ben girato.
Da una parte si può provare gioia, serenità, gratitudine, dall'altra nostalgia, rammarico, voglia di posticipare per l'ennesima volta la fine di qualcosa che ci fa stare bene, ma ciò che permettere la nostra crescita a un certo punto dovrà finire, in modo da permetterci di andare avanti con le nostre forze.
La fine spaventa, anche perché simbolicamente è l'elemento maggiormente collegato alla morte, alla fine della vita. Occorre però accettare questo limite nostro e del mondo, anche perché la fine di qualcosa dà ancora più valore al tempo che passiamo durante la nostra esistenza.


mercoledì 14 novembre 2018

La spada di Damocle della trasmissione inter generazionale

Nella teoria dell'attaccamento è prevista l'ipotesi della trasmissione intergenerazionale (Van IJzendoorn, 1995).Questa teoria indica che il genitore che ha avuto sviluppi traumatici durante l'infanzia ha sviluppato un attaccamento insicuro che lo può rendere spaventato, spaventante o in un qualche modo disorganizzato all'interno di una relazione che attivi il sistema di attaccamento, anche quella con i figlio. Questo vuol dire tragicamente che un genitore con attaccamento insicuro è destinato a far sviluppare lo stesso attaccamento problematico al proprio figlio. Esiste però un corollario a un'ipotesi così negativa e fatalistica. I sistemi di attaccamento insicuri possono migliorare  grazie a delle relazioni di attaccamento sane che, tramite un'esperienza relazionale correttiva continua e costante, possono rendere sicuri gli attaccamenti insicuri. Questo avviene grazie a relazioni d'attaccamento sessuo affettive, amicali e/o con la psicoterapia.
Questa è la sfida per niente facile che partner, amici e terapeuti devono affrontare per il benessere di chi ha un sistema di attaccamento alterato e la sua prole. Può diventare una sorta di missione, piena zeppa di difficoltà e frustrazioni, che ha un sapore a tratti eroico.
Una missione dove il partner deve anche saper evitare di diventare il terapeuta o l'amico e viceversa, per non mischiare i sistemi motivazionali!