mercoledì 19 agosto 2026

George R. R. Martin ha ammesso pubblicamente di essere stato per lungo tempo depresso. Non sono emersi dettagli ulteriori, la cui natura sarebbe giusto che non fosse divulgata in nome della privacy. Certo, per chi legge e ha letto i suoi libri o visto le sue sceneggiature il suo stile letterario dà da pensare proprio a un quadro depressivo, racconti cinici, pessimisti, drammaticamente realistici e violenti. Martin è stato a lungo criticato da critici  e dai fan stessi di rimandare la scrittura della sua opera più importante e famosa, le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. A parte la libertà artistica e individuale che vanno sempre rispettate si è creato un grave equivoco. Chi non fa le cose o le rimanda a lungo non lo fa per pigrizia, non lo fa per capriccio, non lo fa per rabbia o scelta individuale (Conan Doyle odiava il suo personaggio più celebre, Sherlock Holmes!), non lo fa perché ha altri problemi per la testa.

Spesso chi non fa le cose non le fa perché è depresso, perché la componente di abbattimento delle energie psichiche legato alla depressione la blocca. Il depresso non ci fa. Ci è.

Per questo, per quanto sia triste da accettare, Martin va rispettato. Sia per qualità del suo lavoro, soggettivamente apprezzabile o meno, sia per il coraggio di aver ammesso il suo problema.

Meglio tardi che mai.

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